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  • Immagine del redattoreEmilia Romagna Tour Guide

Aggiornamento: 15 giu 2022

Il palazzo dell’Archiginnasio a Bologna è una tappa assolutamente imperdibile. Il suo nome significa “la miglior scuola” in greco antico ed è stato costruito nel 1563. Senza volerlo porta una serie di record: per esempio ha ospitato quella che definiamo, la più antica Università del mondo occidentale: A.D. 1088.

Al suo interno oggi c’è una biblioteca con sala studio e archivio con circa un milione di pezzi tra manoscritti, volumi a stampa, disegni e foto; il Teatro Anatomico in legno, ricostruito dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale: vi si svolgevano le lezioni di anatomia.


Ai muri è presente una serie di ricchissime decorazioni che costituisce il maggior complesso araldico murale esistente, ed ha suscitato l'ammirazione di visitatori e studiosi di tutti i tempi.

Dalla costruzione dell'edificio sino alla fine del Settecento furono apposte iscrizioni e monumenti commemorativi dei maestri dello Studio e stemmi degli studenti. Attualmente si contano circa 6000 stemmi araldici, tra aule, corridoi e lungo gli scaloni. Molti sono dipinti, altri realizzati in cemento e stucco in forma di bassorilievo.


Il simbolo del primo studente del Nuovo Mondo





Proprio sopra l’ingresso (nella volta del loggiato fra l'atrio e il cortile) troviamo un curioso affresco realizzato in onore del cardinale Benedetto Giustiniani, dedicatogli da Diego de Leon Garavito, uno studente spagnolo nativo di Lima in Perù, primo studente “americano” all’Università di Bologna. Arrivò nel 1601 per studiare legge e da quel momento la consigliatura dei legisti aggiunse la “natio Indiarum” (riferito alle Indie Occidentali, prima di essere nominate America Latina) nella lista delle nazionalità straniere degli studenti.






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  • Immagine del redattoreEmilia Romagna Tour Guide

Aggiornamento: 1 giu 2022

Il binomio vino e colli piacentini è antichissimo. Attestato già dal tempo degli Etruschi e con riferimenti certi riferiti all’epoca romana.

I gli alti e rigogliosi colli di Piacenza comprendono un’area vitivinicola che conta quattro valli - Val Tidone, Val D’Arda, Val Trebbia e Val Nure - per un’estensione di 6.800 ettari di terreno quasi totalmente collinare (tra i 150 e 450 metri s.l.m). Tra le DOP più famose c’è il Gutturnio, rosso rubino brillante e robusto, l’Ortrugo, realizzato con l’omonimo vitigno autoctono e la Malvasia aromatica.

La Malvasia aromatica di Candia ha trovato in questo territorio un ambiente umano e geografico ideale per raggiungere i più alti livelli di vinificazione.

photocredit @martinsvensonlynch (Instagram)



Un esempio è Val Tolla di Cantine Croci

E’ ottenuto dalla spremitura di uve Malvasia di Candia Aromatica cresciute su terreni argilloso-sabbiosi di origine pliocenica, raccolte manualmente in piccole cassette e vinificate in macerazione sulle bucce per trenta giorni circa.

Il vino esprime la caratteristica ampiezza di aromi tipiche del vitigno che vanno dagli agrumi come limone, arancia cedro, all’albicocca, pesca e fiori bianchi al gusto risulta morbido ma strutturato con una materia corposa portata nel vino dalla lunga macerazione delle bucce, dove si percepiscono morbidi tannini e una piacevole freschezza.


Cenni Storici


photo credit Instagram @secondilorenzo

La Malvasia come vitigno ha una storia incredibile. Con il nome Malvasia si nominano molti vitigni, la maggior parte a bacca bianca, distribuiti un po’ in tutta Italia. Il nome “Malvasia” deriva da una variazione contratta di Monembasia, roccaforte bizantina abbarbicata sulle rocce di un promontorio posto a sud del Peloponneso, dove si producevano vini dolci che furono poi esportati in tutta Europa dai Veneziani con il nome di Monemvasia. Il vino fatto con questa varietà era divenuto estremamente popolare, tanto che Venezia pullulava di osterie, chiamate Malvase, consacrate al suo consumo.



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Aggiornamento: 15 mag 2022

I pasticci erano già noti al tempo dei #romani, ne parla per primo Apicio nella sua raccolta di ricette dell’antica Roma. Anche la parola “torta” è antica: era in uso nel XIII secolo prima presso i monaci camaldolesi per poi diffondersi nelle corti #rinascimentali capaci di elaborare una cucina estremamente sofisticata.

photo credit Instagram @barbaraborghi75

La torta o pasticcio ferrarese è una preparazione particolare e gustosissima che assomiglia ad un piccolo cuscino, la cui fodera, sopra e sotto, è fatta di dolce pasta frolla.

Nella versione classica troviamo all’interno i maccheroni o altra pasta (a volte anche cappelletti) avvolti da una soffice besciamella arricchita da ragù di carne, o rigaglie di pollo, e per una nota più raffinata si possono aggiungere sottili schegge di tartufo o funghi. Il colore tendente al giallo, è dato da spennellate di rosso d’uovo, date prima di essere infornato. Oggi lo si può trovare tutto l’anno nelle gastronomie e nei ristoranti di #Ferrara, anche se rimane un piatto tipicamente invernale e un chiaro rimando al #Rinascimento e alla prestigiosa corte Estense.


Particolarità:

La assoluta particolarità di questo piatto è il contrasto tra il dolce del guscio e il salato del ripieno. Un sapore insolito, caro a queste terre di pianura che da tradizione uniscono la sapidità di alcuni prodotti, come la carne macinata, gli affettati stagionati a lungo e il formaggio, alla dolcezza di altri, come la zucca, vera regina della gastronomia ferrarese.


photo credit Instagram @ristoranteleondoroferrara


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