Aggiornamento: 15 mag

I pasticci erano già noti al tempo dei #romani, ne parla per primo Apicio nella sua raccolta di ricette dell’antica Roma. Anche la parola “torta” è antica: era in uso nel XIII secolo prima presso i monaci camaldolesi per poi diffondersi nelle corti #rinascimentali capaci di elaborare una cucina estremamente sofisticata.

photo credit Instagram @barbaraborghi75

La torta o pasticcio ferrarese è una preparazione particolare e gustosissima che assomiglia ad un piccolo cuscino, la cui fodera, sopra e sotto, è fatta di dolce pasta frolla.

Nella versione classica troviamo all’interno i maccheroni o altra pasta (a volte anche cappelletti) avvolti da una soffice besciamella arricchita da ragù di carne, o rigaglie di pollo, e per una nota più raffinata si possono aggiungere sottili schegge di tartufo o funghi. Il colore tendente al giallo, è dato da spennellate di rosso d’uovo, date prima di essere infornato. Oggi lo si può trovare tutto l’anno nelle gastronomie e nei ristoranti di #Ferrara, anche se rimane un piatto tipicamente invernale e un chiaro rimando al #Rinascimento e alla prestigiosa corte Estense.


Particolarità:

La assoluta particolarità di questo piatto è il contrasto tra il dolce del guscio e il salato del ripieno. Un sapore insolito, caro a queste terre di pianura che da tradizione uniscono la sapidità di alcuni prodotti, come la carne macinata, gli affettati stagionati a lungo e il formaggio, alla dolcezza di altri, come la zucca, vera regina della gastronomia ferrarese.


photo credit Instagram @ristoranteleondoroferrara


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Aggiornamento: 1 mag

Dai tempi dell'antico porto di #Classe alla rinascita della #Darsena di Ravenna


In principio era il porto di Classe: fu questo il primo vero porto della città capace di aprire il territorio al mondo orientale, trasformando Ravenna nella Porta d’Oriente che ancora oggi è ( ancora oggi le merci provengono spesso da medio oriente e Cina). La presenza di acque fluenti e di flussi marini che impedivano il depositarsi di fondi melmosi, fecero di questo territorio un sito ottimale per la realizzazione di un porto. Il più antico è quello militare di epoca romana, sorto nelle vicinanze di Classe, 7 km a sud di Ravenna. Secondo le preferenze della tecnica romana, il porto fu sistemato in bacini interni, creatisi grazie alla Fossa Augusta, un canale scavato per far confluire parte dell’acqua del Po a sud della pianura. Il porto romano raggiunse la sua massima espansione nel II-III secolo d. C., ma andò incontro ad un progressivo interramento causato dalle particolari condizioni territoriali dell'area ravennate.

Poco più a sud del porto di Classe, scorreva il Canale Candiano. Numerose sono le fonti testuali che menzionano il nome Candiani. Già in un atto notarile del 1123 si fa riferimento ad un pons che dovette trovarsi presso l’antico canale Candianus, il nome è riscontrabile anche nella documentazione cartografica: una mappa veneziana del XV secolo, in cui compare il toponimo Ponte Candiano, e un’altra mappa redatta dal frate camaldolese Giuseppe Antonio Soratini . Anche nell’ VIII secolo, lo storico Agnello parlava di almeno cinque diversi porti nell'area ravennate, tra cui il porto Candiano, sorto a sud del porto romano di Classe in corrispondenza della foce del Canale Candiano, che dalla valle Candiana (ora Standiana) giungeva sino al mare.



photo credit Instagram @sereaugy

Dal passato a oggi...


Nel 1652 venne progettato e realizzato l’escavo del canale Panfilio, un’idrovia artificiale di 7 km che collegava la città all porto Candiano a sud di Classe.

Con l’unione dei Fiumi Uniti, Ronco e Montone, avvenuta verso il 1733/39 fu utilizzato quell’alveo, per scaricare la grande massa d’acqua verso il mare e il Candiano non fu più utilizzato come porto.

Nel 1737 iniziarono i lavori per il canale Corsini, chiamato così in onore al papa regnante Clemente XII Corsini, ma i ravennati preferirono da allora chiamarlo Candiano, trasferendo al nuovo porto cittadino il nome dello storico sbocco sul mare di Ravenna.


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Aggiornamento: 15 apr

Il centro storico della città è ricco di segreti, oggi scopriamo quello della Scala del Bramante, fatta costruire da Giulio II.


Nel Novembre 1505 Papa Giulio II al termine di una serie di vittoriose battaglie volte alla riconquista dei territori appartenuti allo Stato della Chiesa, riuscì a riconquistare Bologna spodestando Giovanni II Bentivoglio.

Per capire l’indole battagliera ed energica di questo papa, soprannominato anche Il Guerriero o il Terribile, basti pensare che la scelta del nome si deve tanto al culto di sé (per cui accorciò il nome Giuliano) quanto al rimando alla figura di Giulio Cesare, a cui fin da subito cercò di farsi accostare nell'immaginario collettivo, facendo, a tal proposito, passare il corteo della cerimonia d'incoronazione attraverso sette archi trionfali che richiamassero i fasti dell’antica Roma.





Entriamo nel Cortile di Palazzo d'Accursio...


Giulio II anche un grande mecenate e protettore di artisti quali Michelangelo, Raffaello, Bramante, e promotore della costruzione dei Musei Vaticani. A Bologna rimane una testimonianza del suo passaggio. Lo scalone cordonato del Palazzo Comunale, a cui si arriva attraversando il cortile, fu disegnato da uno dei suoi protetti, Donato “Donnino” di Angelo di Pascuccio detto il Bramante. E’ una bellissima scala prospettica che arriva fino al secondo piano dell’edificio. Oggi è usata per le cerimonie di nozze. La cordonatura (scalini piatti) serviva per poter accedere ai piani alti direttamente col cavallo o con la carrozza, una sorta di “ascensore rinascimentale”.


Un piccolo dettaglio che sfugge a molti:





Un dettaglio che sfugge spesso è che anche l’arco di accesso alla scala fu disegnata dal Bramante. Le formelle decorative riportano una replica degli stessi due simboli: foglie di quercia e aquila. Sono un omaggio alla figura del committente. Papa Giulio II si chiamava Giuliano Della Rovere. La quercia è anche detta rovere mentre l’aquila è un rimando alla Roma di Cesare.


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