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Intervista su Settesere Qui 24/2/17

Un viaggio tra Perù, Bolivia, Argentina e Cile scandito dalla passione per il vino e per gli incontri. Un diario, ma allo stesso tempo una guida, denso e ricco di consigli sia per chi ama bere, sia per chi non perde occasione di mettersi in viaggio. Stiamo parlando di «Divino Andino», libro dell’eclettico Francesco Antonelli pubblicato da Polaris, che il prossimo 8 aprile sarà protagonista all’evento fuori salone Bio-logic di Vinitaly.

Il libro nasce dalla passione per i viaggi o per il vino?

«Come prima cosa ho pensato al viaggio e alla narrativa di viaggio, poi ho capito che a questo si poteva unire l’interesse per il vino, nato sei anni fa, e le due passioni si sono intrecciate spontaneamente».

Come si è avvicinato al vino?

«Ho frequentato a Bologna un corso da assaggiatore, figura che si differenzia da quella del sommelier in quanto si occupa delle caratteristiche tecniche e qualitative del vino. Quella è stata la mia chiave di ingresso in questo mondo, da lì è nata la mia passione».

Si legge nel testo: «Quando si viaggia da soli è come se si viaggiasse con tutta l’umanità». Cosa ha scoperto in questo viaggio?

«E’ una frase che pronuncio alla fine del libro quando, coincidenza, mi trovo da solo. E’ lì che incontro un’intera umanità: dal tassista che fa tre lavori allo studente che immagina un mondo migliore. Persone pronte a dialogare con te e a condividere le loro impressioni. Viaggiare serve per crescere, conoscere e migliorare se stessi. Inoltre ho scoperto che il Sudamerica è un territorio bello e sicuro, con persone aperte e disponibili».

L’esperienza dura 4 mesi e tocca località diverse, eppure raccontando gli incontri che ha fatto si ritrova a parlare di sé e di tante analogie con l’Italia…

«Mi sono sempre posto come se il mio lettore fosse italiano e nel libro smonto il luogo comune secondo cui le opportunità sono solo all’estero e non in Italia. Ad esempio parlo di Giulia, una ragazza che ha studiato in giro per il mondo e poi ha scelto l’Italia per stabilirsi e costruirsi un futuro. La scelta di aprire un’enoteca a Ravenna va nella direzione di valorizzare l’ambiente da cui provengo. Ho deciso di proporre vini naturali e di assecondare una passione che parte dalla terra. L’enoteca fa parte di questo viaggio e di quella donazione che vogliamo fare per dimostrare che l’Italia è un posto migliore di quello che spesso si pensa».

Il viaggio che descrive è all’insegna della filosofia Slow food, che ritroviamo anche nel suo locale Baldovino, in centro a Ravenna…

«Sì, è stato un viaggio slow, ‘dal basso’, dove ho conosciuto tassisti, meccanici, ragazzi comuni, turisti dal mondo; è stato un percorso all’insegna della genuinità, anche se non ho degustato solo vini naturali perchè in Sudamerica questa filosofia non è ancora arrivata. Il loro clima, però, consente di coltivare vini quasi totalmente naturali».

Il libro è consigliato allo stesso modo sia agli appassionati di viaggio che agli amanti del vino: è un testo denso, una sorta di diario, vera e propria guida per chi decidesse di compiere un viaggio in quelle zone. Lei a chi lo raccomanda?

«Noto che questo libro sta piacendo maggiormente a chi è appassionato di vino, anche se io sono più legato alla narrativa di viaggio e ho cercato di scriverlo seguendo questo filone, per questo ho inserito molte informazioni logistiche e organizzative. Quando parlo di vino non entro mai nel dettaglio anche perchè, come diceva Tondelli, il vino è contenitore di vita e di immaginario, è basico e popolare. Comunicarlo per me significa scrivere la mia esperienza e le sensazioni senza entrare troppo  nel tecnico».


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